I frammenti autografi dell’Arte della guerra di Niccolò Machiavelli, conservati presso la Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze con la segnatura Banco Rari 29, portano numerosissime correzioni di un’altra mano. Secondo Giovanna Frosini (Lingua in Enciclopedia machiavelliana, Istituto della Enciclopedia Italiana, 2014, 730; La lingua di Machiavelli, Il Mulino, 2021, 54), esse intervengono sui tratti fonomorfologici del fiorentino quattro-cinquecentesco (fiorentino argenteo) del testo machiavelliano, riportandolo così a una maggiore conformità con il fiorentino trecentesco (fiorentino aureo). Il risultato di questa revisione è accolto, con poche eccezioni, dall’editio princeps dell’opera, pubblicata il 16 agosto 1521 dagli eredi di Filippo Giunti a Firenze.
In questo studio, l’autrice si propone di esaminare le correzioni linguistiche eseguite sul testo autografo per osservare più da vicino la qualità della revisione. In seguito, intende riflettere sul fatto che i criteri di tale revisione appaiono sostanzialmente distanti dalla posizione “fiorentinista” di Machiavelli intorno alla questione della lingua, prendendo in considerazione, in particolare, l’idea di Bernardo Giunti, esaminata dalla stessa autrice in Le edizioni giuntine e la lingua del Boccaccio («Studi Italici», LXXII, 2022, 1-23).
La prima indagine sulle correzioni ha come oggetto principale i suoni e le forme elencati da Paola Manni in Ricerche sui tratti fonetici e morfologici del fiorentino quattrocentesco («Studi di grammatica italiana», VIII, 1979, 115-171). Essa evidenzia che molte forme del fiorentino argenteo vengono sostituite con quelle del fiorentino aureo; ad esempio, stiene con schiene, diacciati con ghiacciati, dua con due, havevo con haveva, andavono con andavano, e fortificassino con fortificassero. Tuttavia, per alcuni tratti fono-morfologici, le forme quattro-cinquecentesche non incontrano mai interventi da parte del revisore, e talvolta vengono perfino accettate. Il revisore, probabilmente come molti suoi contemporanei, era ancora a metà strada nell’apprendimento dell’autentico fiorentino classico, e, in mancanza di una grammatica di riferimento, naturalmente, non poteva essere correttore sicuro e impeccabile.
La seconda indagine riguarda la polimorfia, tipica del fiorentino quattro-cinquecentesco, e mette a fuoco le desinenze della terza persona plurale del passato remoto. È largamente presente nell’autografo machiavelliano la desinenza -ono nei perfetti forti, ma nella maggior parte dei casi, come accade alla desinenza innovativa -eno, viene sostituita con la forma tradizionale -ero. Nei perfetti deboli, l’autore dell’Arte usa le forme -orno, -erono, -erno, -irono e -irno, ma dopo le correzioni si trovano esclusivamente le desinenze -arono, -erono, -irono. Insomma, adottando le forme trecentesche, la revisione tende a ridurre le varianti e a contenere la polimorfia del testo machiavelliano.
Ora, considerando sia le fasi compositive dell’Arte, nelle quali l’autore continuava a portare modifiche e aggiunte, sia il testo della stampa giuntina che riflette le lezioni approvate da lui, si può pensare, ovviamente, che anche la revisione che cambiò la veste linguistica avesse trovato consenso da parte di Machiavelli. Ma resta un dubbio: Machiavelli non era uno di quei fiorentini secondo i quali l’ideale della lingua volgare doveva essere la varietà fiorentina contemporanea? Vediamo la situazione della Firenze di allora.
Bernardo Giunti, che deteneva un ruolo centrale nella tipografia di famiglia, aveva un’idea sulla lingua, che lui chiamava toscana, simile a quella di Bembo. Il suo vivo interesse per il volgare traspare non solo dall’edizione giuntina del Decameron del 1527, ma anche da quelle pubblicate precedentemente, ossia la Fiammetta e l’Ameto, nelle quali i suoi curatori
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