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全文: "フェリペ3世" スペイン王
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  • 片山 浩史
    イタリア学会誌
    2016年 66 巻 77-105
    発行日: 2016年
    公開日: 2017/12/09
    ジャーナル フリー

    Si ritiene comunemente che, nonostante la diffusione del romanzo popolare nel secondo Settecento, il primo romanzo italiano degno di attenzione sia stato le Ultime lettere di Jacopo Ortis di Ugo Foscolo. Tuttavia, come già fu affermato da Luca Assarino («Gran secolo di romanzo è questo ») e Giovanni Ambrosio Marini («Veramente questa è l’età dei romanzi») in quello stesso 1640, già nel Seicento era possibile individuare una moda del romanzo: erano infatti state pubblicate più di duecento opere e le più fortunate avevano superato le trenta edizioni. Questi romanzi, seppure quasi completamente dimenticati già nel Settecento, non sono senza importanza, sia perché rappresentano una fase dello sviluppo della narrativa in prosa sia in quanto manifestazioni di un fenomeno storico-culturale.

    Nel quadro generale dei romanzi italiani secenteschi, che si va facendo sempre più chiaro dopo il censimento bibliografico compiuto da Mancini negli anni ’70, il posto del precursore, come era già stato ampiamente riconosciuto anche dai contemporanei, è occupato da Giovanni Francesco Biondi (1572-1644). La pubblicazione della sua prima opera, L’Eromena (Venezia, 1624) segnò da parte di Biondi l’introduzione in Italia del genere del romanzo cosiddetto “eroico-galante”: un romanzo d’amore e d’avventura che narra le storie di più coppie, ad imitazione dei romanzi greci ritrovati nel Cinquecento. Colui che però aveva dato inizio alla moda del genere nell’intera Europa era stato lo scozzese John Barclay, con il romanzo in latino Argenis (1621). È dunque indispensabile operare un confronto fra i loro romanzi, in considerazione anche del fatto che per qualche anno i due autori servirono insieme il re James I d’Inghilterra.

    Gli elementi innovativi dell’Argenis rispetto ai romanzi cavallereschi precedenti emergono infatti anche nei romanzi biondiani: il realismo, i dialoghi politico-filosofici fra i personaggi e l’allegoria storica, che narra episodi di vita di persone reali trasportandoli in epoche e luoghi diversi e cambiando i nomi dei protagonisti. Quest’ultimo elemento dell’Argenis attrasse l’attenzione del pubblico al punto che, a pochi anni di distanza dalla prima edizione, ne fu pubblicata un’edizione corredata di “chiavi”. Per quanto tali edizioni della trilogia biondiana non esistano, è ampiamente accettata dagli studiosi l’interpretazione proposta da Christianus Gryphius (1710), che riconosce nell’Eromena le vicende tragiche di Elizabeth Stuart, figlia di James I, e Friedrich V del Palatinato. A ben guardare, tuttavia, questa interpretazione non sembra essere così immediata. Infatti, diversamente dalla tragedia di Elizabeth e Friedrich, la storia dei protagonisti del romanzo, Eromena e Polimero, ha un lieto fine: per questa ragione neanche i contributi di Getrevi (1986) e di Savoia (1994) sembrano sufficienti a confermare l’ipotesi di Gryphius. Allo scopo anche di comprendere meglio questo primo romanzo, dunque, si ritiene opportuno analizzare i due romanzi successivi, i quali, per motivi non chiari, sembrano non aver ricevuto fino ad oggi sufficiente attenzione.

    Il primo dei due episodi, esaminato nel presente lavoro, viene narrato dal Conte di Bona ne La donzella desterrada (1627) come «nuova di Ponente » degli ultimi dieci anni. Le vicende della casa reale di Gaula Belgica che vi si narrano rappresentano, dissimulandole, quelle della casa reale inglese dalla morte precoce del principe Henry-Frederick, al matrimonio fra Elizabeth e Friedrich V e il loro esilio in Olanda, fino al fallito tentativo di matrimonio fra il principe Charles e la principessa María Ana di Spagna. Il fatto che qui si celi la tragedia di Elizabeth e Friedrich rende l’interpretazione di Gryphius più attendibile. Questo episodio, d’altronde, è molto significativo perché mostra con nettezza il giudizio

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