Studi Italici
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MANZONI E I SUOI VENTICINQUE LETTORI: UN’ANALISI DELLA FIGURA DEL LETTORE NEI PROMESSI SPOSI
YOSUKE SHIMODA
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2015 Volume 65 Pages 37-60

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Abstract

Di pari passo con i cambiamenti radicali nella modalita di fruizione dei romanzi e con l’aumento della loro importanza all’interno del sistema letterario, sorgeva negli scrittori del primo Ottocento il bisogno di instaurare un nuovo rapporto col pubblico. Non di rado quindi essi intervenivano nel testo in prima persona rivolgendo degli appelli ai loro lettori. Anche nei Promessi sposi il narratore-autore rivolge di frequente la parola al suo lettore, o meglio, ai suoi «venticinque lettori» come li definisce nel primo capitolo. E proprio in questo rivolgersi al pubblico e nel linguaggio usato, come già alcuni critici giustamente mettono in evidenza, si possono definire le caratteristiche che rendono l’opera manzoniana il primo “romanzo moderno” della storia della letteratura italiana. Nel confronto con romanzi appena precedenti o contemporanei, infatti, la novità del rapporto che l’autore dei Promessi sposi cerca di intrattenere con un pubblico nuovo e vasto si mostra in tutta la sua originalità. Tuttavia, la comunicazione tra l’autore-narratore e il narratario-lettore nel testo dei Promessi sposi mostra qualcosa di nuovo anche rispetto ai modelli ottocenteschi d’Oltralpe, non tanto per il contenuto degli appelli al pubblico, quanto per la frequenza, o meglio per l’insistenza, con cui si fa riferimento all’atto della lettura.

Il narratore nei Promessi sposi, a differenza del maestro che guida i propri discepoli, parla da pari al lettore e gli chiede di ricompensare la sua “fatica” di scrivere impegnandosi nella lettura, partecipando cioè all’interpretazione degli eventi narrati e dei sentimenti dei personaggi. Frequenti sono, infatti, i verbi iussivi (imperativi o congiuntivi) che esortano a riflettere sulla situazione, a cominciare dalla celebre frase del primo capitolo: «Pensino ora i miei venticinque lettori che impressione dovesse fare sull’animo del poveretto, quello che s’è raccontato» (PS, I, 60). Tuttavia il narratore non si aspetta da chi legge una competenza particolarmente profonda, dal momento che le risposte attese sono per lo più palesi, come nelle domande retoriche, e quindi, in realtà, ai «venticinque lettori» basta solo richiamare alla mente lo svolgersi della vicenda fino a quel momento. In questo senso, non solo alcuni eletti del pubblico ma virtualmente “tutti” possono considerarsi parte dei «venticinque lettori». Si può dunque ritenere coerente l’ambiguità mostrata dalla fisionomia dei «lettori», pur essendo essi ben ancorati al sistema culturale dell’epoca. In questo rivolgersi a una pluralità di persone indeterminate si cela una novità nella retorica dell’“appello”: nei Promessi sposi, come mette in evidenza Rosa (2004), manca del tutto «il segno del tu». Vengono invece utilizzate la seconda persona plurale “voi” e la terza persona di “lettore/lettori”, mentre un vero appello, in linea con quello tradizionale, richiederebbe una conversazione enfatica e diretta espressa dal “tu” rivolto al singolo lettore e di solito accompagnato dal vocativo.

In queste osservazioni, che prendono in considerazione l’appello rivolto al “voi” e alle figure del “lettore/lettori”, si tralascia una classe di enunciazioni che il narratore rivolge al narratario-lettore. Si tratta di casi in cui il narratore usa il “noi” inclusivo del lettore (equivalente a “voi ed io”). Questo uso del “noi”, che potrebbe essere definito un “noi” affettivo, è meno appariscente delle espressioni che abbiamo mostrato sopra, essendo l’appello rivolto tanto al lettore quanto al narratore stesso, ma è di considerevole importanza per il largo uso che se ne fa nel romanzo. Appare infatti circa 140 volte, si tratta quindi di occorrenze numericamente significative (benché il “noi” autoriale, una variante del plurale di maestà, sia ancora più frequente). Ancor più significativo ci sembra il fatto che superi l’uso pur largo del voi riferito al lettore (75 volte). L’analisi

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