2025 Volume 75 Pages 1-21
Negli anni Trenta del Quattrocento, Leon Battista Alberti comincia a scrivere, in volgare, il De familia, in cui, nel proemio del libro terzo, afferma: “prima cerco giovare a molti che piacere a pochi, ché sai quanto siano pochissimi a questi dì e’ litterati”. Il suo pensiero sulla responsabilità dei letterati verso la società, cioè, sulla loro communis utilitas, è abbastanza raro nel quadro dell’Umanesimo fiorentino, del quale Leonardo Bruni rappresenta la figura più famosa. Trascorrendo gran parte degli anni Trenta a Firenze, l’Alberti percepisce quanto l’elitismo intellettuale sia inerente al nuovo movimento.
Nella prospettiva del Bruni, le attività dei letterati, svolte non solo nella vita attiva, ma anche in quella contemplativa, contribuiscono in quanto tali alla communis utilitas. Questa prospettiva, tuttavia, dal momento che il Bruni scrive la maggior parte delle sue opere in latino, viene a limitare i beneficiari dell’utilias ai soli intellettuali. Non solo: nella disputa sulla lingua degli antichi Romani, il Bruni non esita a manifestare un chiaro disprezzo per il vulgo illetterato, contrapponendolo senza mezzi termini alla propria cerchia culturale di riferimento, i nos litterati. Dalla controversia traspare una concezione elitaria del sapere, verso la quale l’Alberti esprime avversione in più occasioni: nel proemio di cui si è detto, ma anche nella Grammatichetta, nella lettera dedicatoria del Theogenius e nella Protesta pubblicata dopo il fallimento del “Certame coronario”, un concorso poetico in volgare.
L’Alberti, conscio dei problemi insiti nell’Umanesimo fiorentino, sfida il Bruni nelle Intercenales, una raccolta latina di favole umoristiche. Per esempio, in Scriptor, l’Autore schernisce Lepidus, personaggio che incarna un letterato autentico, incapace però di vedere che cosa valorizzi la società, e lo antagonizza al personaggio di Libripeta, il quale si mostra invece conscio del fatto che la società attribuisce priorità alla fortuna in misura maggiore di quanto faccia rispetto al sapere. Anche in altre favole, quali Pupillus ed Anuli, l’Autore tratta dell’alienazione dei letterati “ciechi”. Costoro, insomma, per potersi collocare nella società ed assumere un ruolo significativo per la communis utilitas, devono in primo luogo essere capaci di percepire la barriera che si erge tra la loro posizione e la società stessa: ai letterati, per quanto dedicati completamente agli studi, la società non offre alcuna ricompensa, come la vita di Neofronus dimostra in Defunctus. Nelle Intercenales, l’Autore mette così a fuoco la misura dell’incomprensione reciproca tra letterati e società, ma questo non lo induce rinunciare a gettare un ponte tra di loro: nel De commodis litterarum atque incommodis, descrivendo i letterati totalmente esclusi dalla società, sembra infatti analizzare questo problema.
In questa operetta, mentre ironizza sullo stoicismo tradizionalmente richiesto agli studiosi, l’Alberti esamina la separazione dei letterati dalla società. Nel proemio, dichiara inoltre di aver cambiato idea sul valore degli studia litterarum da una prospettiva positiva a una negativa, ormai conscio del fatto che i letterati non sono in grado di offrire nulla che la società possa apprezzare. L’Alberti, ex re ipsa perdoctus, già in questa operetta tratta il problema dal punto di vista del “letterato che vede”. Nel quinto capitolo, inoltre, indaga il motivo per cui la società rifiuti di attribuire l’honor ai letterati. Attraverso le parole di un certo dives illetterato, l’Autore innanzi tutto ironizza sulla loro tendenza ad attenersi al latino. In seguito, attraverso la bocca del volgo ignorante, ne critica la pedanteria e l’astrattezza inerente alla dottrina libresca di cui costoro si vantano. Infine, come emerge nella politica reale, la società attribuisce maggiore
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