2022 Volume 72 Pages 93-115
Vitaliano Brancati (1907-1954) scrisse il romanzo Don Giovanni in Sicilia nel 1940 sotto la dittatura di Mussolini e lo pubblicò l’anno successivo. Quest’opera fu scritta subito dopo Gli anni perduti, un’opera quasi autobiografica, in cui Brancati parla di come la sua scelta di aver aderito al fascismo all’inizio del Ventennio fosse sbagliata, ed è la prima delle tre opere che verranno chiamate più tardi “la trilogia del gallismo” (il termine “gallismo” fu coniato da Brancati stesso per designare satiricamente la vanità erotica degli uomini in genere e dei siciliani in particolare, quel loro sentirsi e vantarsi, «bravi nelle faccende d’amore»). Il Don Giovanni in Sicilia è la prima opera in cui il tema del gallismo viene esplicitato ed è considerata di grande importanza.
L’autrice del presente articolo si propone di rivalutare il Don Giovanni in Sicilia riesaminando le caratteristiche peculiari di quest’opera e del suo autore. L’analisi viene condotta con particolare attenzione sul gallismo rappresentato nell’opera, e attraverso essa si intende compiere una rilettura dell’opera, sulla base dell’intero percorso critico e delle ricerche svolte fino ad oggi. Questa rilettura ha come obiettivo la rivalutazione dell’opera non solo come un eccellente classico, scritto ormai molti anni fa, ma anche come un’opera che presenta una “modernità” che potrebbe risultare interessante agli occhi del lettore di oggi, poiché rende possibile tracciare un percorso in cui si rispecchiano atmosfere e sentimenti di ogni periodo, permettendo di esaminare l’opera sotto vari profili.
L’analisi dell’opera inizialmente spazia dallo sguardo ampio del percorso critico e delle ricerche sinora svolte sul gallismo alle riflessioni sociologiche e culturali in merito ad esso e successivamente si incentra sulla rappresentazione di questo elemento nell’opera di Brancati, cercando di focalizzarsi non solo sui personaggi maschili, ma anche su quelli femminili, illustrando i motivi per cui il gallismo dovrebbe essere sempre discusso all’interno di un contesto comprendente entrambi i sessi.
Nel primo capitolo l’autrice illustra l’intero percorso critico e il suo sviluppo dagli anni immediatamente successivi alla pubblicazione dell’opera fino a oggi. Negli anni ’40 e ’50 la critica tendeva a mostrare interesse solo nei confronti di opere non fasciste e a considerare il gallismo metafora del fascismo. Tuttavia, dopo la morte di Brancati (1954), la critica iniziò a prendere in esame diverse sue opere, incluse quelle teatrali. In seguito, a partire dagli anni ’60, quando dalla trilogia del gallismo (Don Giovanni in Sicilia, Il bell’Antonio, e Paolo il caldo) furono tratti film, il discorso critico si ampliò ulteriormente. Negli anni ’70, un famoso saggio di Leonardo Sciascia sul gallismo brancatiano (Don Giovanni a Catania, in La corda pazza: 1970) riportò l’attenzione della critica sul tema del gallismo e su Brancati. Negli ultimi tre decenni, una nuova, positiva interpretazione critica tende a esaltare la modernità del Don Giovanni in Sicilia.
Nel secondo capitolo l’autrice dà una definizione del termine “gallismo”, inquadrando il protagonista principale, Giovanni Percolla, come esempio di “gallo”; descrive l’habitus dei galli (il desiderio delle donne, le loro fantasticherie maniacali, ed i loro racconti, veri e falsi, sulle esperienze vissute) e introduce il legame esistente tra il gallismo e il fatto di essere uomini siciliani.
Nel terzo capitolo l’autrice analizza i personaggi dividendoli in quattro categorie: i galli siciliani, Giovanni come gallo volontario e involontario, le sorelle di Giovanni come galline che dedicano la loro vita al gallo, e Ninetta, la moglie di Giovanni, come “donna nuova” che induce Giovanni ad abbandonare il gallismo. L’originalità del presente articolo sta nell’analisi
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