Studi Italici
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MICA TRA DISCORSO E PARTICELLE MODALI
ATSUSHI DOHI
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2022 Volume 72 Pages 25-45

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Abstract

Il presente studio intende esaminare le caratteristiche semantiche e pragmatiche della particella mica in italiano. Mica appare in vari tipi di frase e svolge funzioni estremamente astratte, che sono spesso descritte come rinforzo della negazione. Guglielmo Cinque fa notare in uno studio condotto nel 1976 che questa descrizione non è sufficiente, mostrando che mica appare in contesti diversi da quelli in cui appaiono gli avverbi negativi come affatto, per niente ecc. Secondo Cinque, infatti, l’elemento in questione ha un significato “puramente presupposizionale”, in quanto, aggiungendo mica, il parlante presuppone un’aspettativa di qualcuno riguardo alla proposizione, ovvero l’evento descritto dalla frase (si consideri ad esempio “Non fa mica freddo, qua dentro”).

Come alcuni studiosi fanno notare, quest’analisi di Cinque, anche se ampiamente accettata, non riesce a spiegare la funzione che la particella mica ha in tutti i contesti che la ammettono. Esistono infatti casi in cui la presenza di mica è perfettamente accettabile senza nessun tipo di aspettativa verso la proposizione (ad esempio “Non è mica morto”). L’analisi di Cinque, nonostante riesca a intuire che mica abbia a che fare con il contesto, non dà spiegazioni in merito a questi casi. Infatti, la denotazione intrinseca di mica (ovvero un significato comune a tutti i suoi usi) non è ancora stata individuata.

Il presente studio adotta l’approccio della teoria della pertinenza (relevance theory), dove si afferma che la comprensione dell’enunciato non avviene in base a ciò che lo rende vero, ma in base a ciò che lo rende pertinente. Definita in termini di effetti cognitivi (cognitive effects) e di sforzo di elaborazione (processing effort), la pertinenza di un enunciato dipende dagli effetti contestuali (contextual effects): la derivazione di un’ipotesi nuova, nonché il rinforzo e l’eliminazione di un’ipotesi esistente, dove l’ipotesi è un contenuto che un individuo crede vero. L’interlocutore di un enunciato, dunque, comprende quest’ultimo partendo dal presupposto che sia pertinente, in quanto si ottiene uno degli effetti appena elencati.

Applicando questo approccio cognitivo alla comprensione dell’enunciato, il presente studio mette in evidenza prima di tutto che i casi in cui manca l’aspettativa sono in realtà casi che riguardano il fenomeno di premesse implicitate (implicated premises): il parlante intende comunicare, implicitamente, non solo le conclusioni da trarre, ma anche le premesse per trarre tali conclusioni. Secondo l’analisi proposta nel presente lavoro, la particella mica non contribuisce direttamente a questo processo. La funzione di mica in tutti i suoi usi è quella di segnalare che la pertinenza dell’enunciato sta nell’eliminazione di un’ipotesi esistente. Nei casi studiati da Cinque (ad esempio “Non fa mica freddo, qua dentro”), l’ipotesi eliminata coincide con la controparte positiva della proposizione (“Fa freddo qua dentro”). In altri casi (come “Non è mica morto”), invece, l’ipotesi da eliminare va individuata tramite inferenza pragmatica e di conseguenza può essere completamente diversa dalla proposizione (come ad esempio “l’interlocutore deve prendere 15 giorni di permesso”). In tutti i casi, mica aumenta la probabilità che l’interlocutore arrivi alle interpretazioni intese dal parlante, aiutandolo a comprendere l’enunciato, così che la sua pertinenza stia nell’eliminare un’ipotesi esistente.

L’analisi proposta ha un vantaggio rispetto a quelle svolte finora in seguito a quella di Cinque riguardo al trattamento della modalità. Mica, infatti, ha natura modale, in quanto non contribuisce alla proposizione, ma alla modalità, ovvero l’atteggiamento da parte del parlante nei confronti della proposizione. Negli studi svolti sinora, infatti, mica è spesso considerato come una particella

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